Note critiche

 

Composta nel 1852, il Trovatore fa parte di quella che viene tradizionalmente definita la “Trilogia popolare” di Verdi insieme a Rigoletto e a Traviata. La prima esecuzione di quest’opera fu data a Roma il 19 gennaio 1853 presso il teatro Apollo, e superando problemi di ogni tipo ( una piena del Tevere, l’elevato costo dei biglietti, i rapporti un po’ tesi fra i cantanti), riscosse un successo trionfale di pubblico e di critica.  Il libretto dell’opera, di Salvatore Cammarano, (completato da Emanuele Bardare), è tratto da un dramma di “cappa e spada” del poeta spagnolo Gutierrez, ed è stato oggetto di infinite discussioni, per la complicazione delle vicende e per la presenza di personaggi fin troppo astratti, ma forse proprio questi aspetti piacquero di più al pubblico. Il dramma di Gutierrez infatti conteneva elementi che la drammaturgia popolare a cavallo tra il ‘700 e l’800 aveva adottato come autentici punti di forza: l’elemento passionale e religioso, caro a spagnoli e italiani, la vicenda dell’infante rapito e sostituito nella culla, all’origine di tanti romanzi “neri” inglesi, l’elemento guerresco ed eroico, apprezzato da francesi e tedeschi.

Non è chiaro quale fu la spinta che indusse Verdi ad una scelta drammaturgica di questo tipo, il Trovatore appare infatti come un elemento abbastanza dissociato rispetto a Traviata e Rigoletto, forse inteso dallo stesso Verdi come uno scomodo intermezzo tra le altre due opere, un prodotto puramente commerciale di validita’ artistica relativa. ”A Verdi pote’ sembrare che Trovatore costituisse un passo indietro: di fatto l’opera che più gli somiglia e’ l’Ernani. In realta’, seppure tra le due opere c’è una parentela, nel Trovatore c’è  una carica rivoluzionaria che nell’altra ancora non c’è.  E, per di più, a quanto ne sappiamo  si tratta di una rivoluzione inconscia”[1]. Eppure i personaggi di quest’opera appaiono più ricchi di umanità, più approfonditi sotto il profilo psicologico, rispetto a quelli delle altre due opere della “Trilogia”, e la vicenda narrata è molto più vicina che negli altri casi a una vicenda umana, ma tutto ciò solo grazie all’incisività della musica più che per merito di un libretto che appare spesso astratto, poco illuminante ed eccessivamente paludato. Al Trovatore critici dell’epoca non risparmiarono qualche nota polemica per il fatto che Verdi aveva forzato alcune tessiture vocali ( soprano e baritono) oltre i loro limiti naturali.

Per il tenore , invece, le buone regole furono rispettate.  Ma durante la replica fiorentina dell’opera, il tenore Baucardè, in preda  ad una sorta di raptus interpretativo, si lasciò andare a quella che è poi divenuta una delle più note convenzioni esecutive non scritte in partitura : l’esecuzione di un DO acuto (chiamato poi “di petto”) al culmine della cabaletta “ Di quella pira” , arbitrio avallato dalle acclamazioni del pubblico e tollerato, a quanto pare, dallo stesso Verdi.

La distribuzione di atti e scene rende un’idea di assoluta simmetria: la struttura degli atti è distribuita nel numero di quattro , e ognuno è a sua volta diviso in due scene. L’idea di Cammarano di dare ad ogni atto un titolo, ( Atto 1°-Il duello, atto 2°- La gitana, atto 3°- Il figlio della zingara, atto 4° Il supplizio), rende più “romanzesco” lo svolgersi della vicenda, un espediente finalizzato a colpire l’immaginazione e la fantasia dello spettatore, più che un’esigenza di carattere letterario. Difficile stabilire l’autentico protagonista del Trovatore, difficile decidere  se l’impeto amoroso e guerresco di Manrico meriti effettivamente un maggior risalto rispetto allo spessore e all’intensità di un personaggio come Azucena, o ai tormenti amorosi di Leonora. Sicuramente se c’e’ un vero ed assoluto protagonista questo è da cercarsi nella violenza delle passioni, nel gusto per l’intreccio amoroso che vede sullo sfondo armi, soldati, e campi di battaglia, nell’onore da salvaguardare anche con il sangue, gli elementi tipici del dramma eroico spagnolo sono al centro della vicenda di quest’opera.

I momenti musicalmente più conosciuti sono forse le scene d’insieme. Il cupo racconto di Ferrando interrotto dalla curiosità degli armigeri del Conte di Luna , (“Di due figli vivea padre beato…”) apre il primo atto , così’ come il secondo viene introdotto con il coro dei gitani nel loro accampamento (“Vedi! le fosche notturne spoglie…”).    Di grande respiro e di  e di ampia articolazione melodica la grandiosa scena del coro di soldati che apre il terzo atto: (“Squilli,echeggi la tromba guerriera”), introdotta da un momento interlocutorio, quasi di preparazione: (“ Or co’ dadi” ) ; i cori guerrieri del Trovatore, pur essendo fra i più conosciuti ed amati del repertorio verdiano, restano tuttavia sullo sfondo, quasi marginali rispetto all’intensita’ della vicenda umana dei quattro protagonisti, infinitamente più appassionata. Due i momenti di maggior intensita’ lirica affidati al soprano: l’aria del secondo quadro del primo atto(“Tacea la notte placida”), in cui Leonora rimembra una serenata dedicatale una notte da un misterioso trovatore ( Manrico), seguita dopo un breve dialogo con Ines dalla cabaletta “Di tale amor”, e la bellissima aria che apre il quarto atto (“ D’amor sull’ali rosee”).

Importanti ed intensi anche i momenti lirici affidati ad Azucena:(“ Stride la vampa”) nel secondo atto, e l’allucinato monologo in cui subito dopo ricorda il tragico rogo in cui fu arsa la madre :(“ Condotta ell’era in ceppi”).  Forse musicalmente meno importanti, ma notissime e probabilmente più popolari delle precedenti, le arie affidate a Manrico, (“ Ah si, ben mio coll’essere”, e l’arcinota cabaletta “Di quella pira”, concentrate nel secondo quadro del terzo atto, ) e al Conte di Luna, che apre il secondo quadro del secondo atto con l’aria “Il balen del suo sorriso (“ preceduta dal recitativo “Tutto è  deserto”), nel quale ribadisce il suo amore per Leonora. 

Non si puo’ dimenticare la drammatica scena del “Miserere” intonato dal coro interno di frati, (primo quadro del quarto atto), alternato dagli angosciosi versi di Leonora(“Quel suon quelle preci”), sostenuti da un incalzante ritmo ,( reiterazione quasi ossessiva di una figurazione di croma seguita da pausa di semicroma e da due biscrome)e affidato ad un’inconsueta quanto ardita orchestrazione :tutta l’orchestra suona in pianissimo (ppp) ed in omoritmia totale.

 

Francesco Zizzini


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1) G.Baldini  Abitare la battaglia. La storia di Giuseppe Verdi. GARZANTI, 1970

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